IL PROGETTO CALCIO cap1

28 Ago , 2026 - IL PROGETTO CALCIO

IL PROGETTO CALCIO cap1

Capitolo 1 Il business del gesto tecnico

Il Progetto calcio

Capitolo 1 — Il business del gesto tecnico
C’è una nuova certezza nel calcio giovanile italiano: se un bambino vuole migliorare, deve fare qualcosa in più.
Un allenamento in più.
Un’ora individuale in più.
Una lezione tecnica in più.
Un preparatore in più.
Un maestro della tecnica in più.
E naturalmente un genitore disposto a pagare qualcosa in più.
Il problema non è che l’allenamento individuale sia inutile.
Il problema è molto più profondo.
In più rispetto a cosa?
Perché prima di vendere un’ora di allenamento bisognerebbe sapere quale problema vogliamo risolvere.
E soprattutto quale progetto di sviluppo abbiamo costruito intorno a quel giocatore.
Questa è la domanda che nel calcio giovanile italiano continuiamo a evitare.
Perché il gesto tecnico è diventato facilmente vendibile.
È visibile.
È spettacolare.
È facilmente fotografabile.
È facilmente comunicabile sui social.
Un bambino che salta dieci coni, esegue una sequenza tecnica velocissima o calcia cinquanta volte consecutive produce immediatamente una percezione di miglioramento.
Ma percezione di miglioramento e sviluppo non sono necessariamente la stessa cosa.
Ed è proprio qui che nasce il problema.
IL GESTO NON È IL GIOCO
Un giocatore non dribbla perché deve dimostrare di saper fare un dribbling.
Dribbla perché ha percepito una situazione.
Ha riconosciuto uno spazio.
Ha valutato una distanza.
Ha interpretato il comportamento dell’avversario.
Ha scelto una soluzione.
Ha eseguito un gesto.
E immediatamente dopo dovrà adattarsi a ciò che succede.
Questo significa che il gesto tecnico è una parte del processo.
Non è il processo.
La stessa KNVB, nella propria visione dello sviluppo del giovane calciatore, considera il calcio un gioco complesso, caratterizzato da continua scelta e imprevedibilità, e lega la qualità dell’azione del giocatore alla scelta effettuata in relazione alla situazione di gioco. (KNVB)
Quindi la domanda diventa:
se insegno il gesto fuori dalla situazione, cosa sto realmente allenando?
Sto allenando il gesto.
Non necessariamente il giocatore.
IL PARADOSSO DELL’ORA IN PIÙ
Qui nasce il paradosso.
Se una società possiede un progetto metodologico serio, l’allenamento individuale può diventare uno strumento.
Può servire per recuperare una competenza.
Può servire per personalizzare un percorso.
Può servire per rispondere a una necessità specifica.
Ma se la società non possiede un progetto, l’ora individuale rischia di diventare una sostituzione del progetto.
Ed è una differenza enorme.
Non è più sviluppo individuale.
È mercato dello sviluppo individuale.
Il genitore vede un bambino che magari non riesce a saltare l’uomo e pensa:
“Deve migliorare il dribbling.”
Il bambino calcia male e quindi:
“Deve fare tecnica.”
Il bambino non usa il piede debole:
“Deve fare piede debole.”
Ma chi ha stabilito che quello sia il problema?
Chi ha osservato il giocatore?
Chi ha costruito la diagnosi?
Chi ha definito l’obiettivo?
Chi ha stabilito la progressione?
Chi verificherà il trasferimento di quella competenza nella partita?
Questa è la differenza tra una lezione e un progetto.
IL PROBLEMA NON È IL MAESTRO DI TECNICA
E qui voglio essere molto chiaro.
Non sto dicendo che il tecnico individuale non serva.
Sto dicendo che non può diventare il modello formativo di una società.
Una società non può delegare lo sviluppo del giocatore alla somma di professionisti che lavorano separatamente.
Allenatore.
Preparatore.
Maestro di tecnica.
Preparatore atletico.
Mental coach.
Scout.
Ognuno con la propria idea.
Ognuno con il proprio linguaggio.
Ognuno con il proprio prodotto.
E nessuno che sappia spiegare quale sia la linea di sviluppo del giocatore.
Il problema non è avere più competenze.
Il problema è non avere un sistema che le faccia cooperare.
COSA FANNO ALTROVE?
Qui il confronto con alcuni modelli stranieri diventa interessante.
Il DFB, nella propria recente Trainingsphilosophie Deutschland, mette esplicitamente al centro i giocatori e individua tre criteri fondamentali per l’allenamento: Freude, Intensität und Wiederholung — piacere, intensità e ripetizione. La federazione tedesca insiste sulle piccole forme di gioco e sull’aumento delle azioni e dei contatti con la palla. (Federazione Calcio Tedesca)
Non è semplicemente:
“facciamo più tecnica.”
È:
creiamo più opportunità affinché il giocatore possa giocare, percepire, decidere, agire e ripetere.
Il DFB è arrivato persino a indicare, fino all’U16, un obiettivo di almeno 48 minuti netti settimanali in piccole forme di gioco. (Federazione Calcio Tedesca)
La KNVB parte da un’altra domanda ancora più interessante:
qual è la visione della società sul modo in cui i giovani devono imparare a giocare a calcio?
E questa visione deve trasformarsi in una linea comune per allenatori, allenamenti e partite.
La federazione olandese parla esplicitamente di una rode draad, una “linea rossa” che attraversa il percorso formativo del giocatore. (KNVB)
E soprattutto afferma una cosa che dovrebbe far riflettere molto:
quando manca un piano, può accadere che “ognuno faccia quello che vuole”.
Non perché le persone siano incompetenti.
Ma perché manca una direzione comune. (KNVB)
E NOI?
Noi spesso facciamo l’opposto.
Prima inventiamo l’attività.
Poi la vendiamo.
Poi la comunichiamo.
Poi misuriamo il numero di iscritti.
E solo alla fine, forse, ci chiediamo se quel giocatore sia realmente migliorato.
Questo è il punto che mi interessa mettere sotto osservazione.
Il calcio giovanile non dovrebbe essere una somma di attività.
Dovrebbe essere una progressione di apprendimento.
E una progressione richiede:
diagnosi → obiettivo → progettazione → esperienza → osservazione → adattamento → verifica.
Se manca questa sequenza, possiamo avere cento esercizi, dieci specialisti e mille ore di allenamento.
Ma non abbiamo necessariamente un progetto.
LA DOMANDA CHE APRE TUTTA LA SERIE
Allora torniamo alla domanda iniziale.
Un bambino fa già due o tre allenamenti nella propria società.
Perché dovrebbe aver bisogno di una quarta ora?
La risposta non può essere:
“Perché deve fare più tecnica.”
La risposta dovrebbe essere:
“Perché abbiamo identificato una necessità precisa nel suo percorso di sviluppo e abbiamo progettato un intervento specifico per affrontarla.”
Questa è una differenza culturale.
Ed è anche una differenza professionale.
Perché se una società ha un progetto, l’allenamento individuale diventa una possibilità.
Se una società non ha un progetto, l’allenamento individuale diventa facilmente una necessità.
Ed è proprio qui che il business trova spazio.
Non perché qualcuno abbia inventato un prodotto.
Ma perché il sistema non ha prodotto una risposta formativa sufficientemente forte.
E allora la domanda finale del primo capitolo è inevitabile:
se il bambino deve pagare un professionista esterno per costruire ciò che dovrebbe essere parte del suo percorso formativo, cosa sta realmente progettando la società?
Nel prossimo capitolo bisognerà entrare ancora più dentro il problema.
Perché prima ancora di parlare di tecnica dobbiamo parlare di giocatore.
E quindi di percezione, coordinazione, esplorazione, difficoltà e apprendimento.
Perché forse il vero errore non è insegnare troppo poco.
È insegnare troppo presto la cosa sbagliata.


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