IL PROGETTO CALCIO cap2

28 Ago , 2026 - IL PROGETTO CALCIO

IL PROGETTO CALCIO cap2

Capitolo 2 Il calcio non è una somma di gesti

Il Progetto calcio

Capitolo 2 — Il calcio non è una somma di gesti
C’è un errore che nel calcio giovanile continuiamo a ripetere.
Pensiamo che per costruire un giocatore sia sufficiente costruire tanti gesti tecnici.
Più passaggi.
Più conduzioni.
Più tiri.
Più dribbling.
Più palleggi.
Più esercizi.
E se il giocatore esegue quel gesto sempre meglio, allora pensiamo di averlo fatto crescere.
Ma crescere tecnicamente non significa necessariamente crescere come giocatore.
Perché il calcio non è una disciplina nella quale il gesto viene eseguito indipendentemente dall’ambiente.
Il gesto nel calcio nasce dentro una situazione.
E quella situazione cambia continuamente.
Cambia lo spazio.
Cambia il tempo.
Cambia la distanza.
Cambia l’avversario.
Cambia il compagno.
Cambia la traiettoria.
Cambia la pressione.
Cambia l’obiettivo.
Quindi cambia anche la soluzione.
Ed è proprio qui che dobbiamo iniziare a distinguere l’abilità tecnica dalla competenza calcistica.

IL GESTO È UNA RISPOSTA, NON UN PUNTO DI PARTENZA
Un bambino non riceve la palla e pensa:
“Adesso devo eseguire un controllo orientato di interno piede.”
Percepisce una situazione.
Vede qualcosa.
Sente qualcosa.
Riconosce una possibilità.
E reagisce.
Il controllo che eseguirà sarà la conseguenza di quella relazione.
Questo significa che nel calcio percezione e azione sono profondamente collegate.
La ricerca raccolta nel nostro lavoro sull’apprendimento evidenzia proprio questo aspetto: negli sport di squadra la modalità enattiva riguarda ciò che viene appreso attraverso il fare, il movimento, la coordinazione e la relazione percezione-azione. Il giocatore impara a regolare forza, direzione e tempo del gesto in funzione della situazione.
Questa è una differenza enorme.
Perché se io insegno prima il gesto e soltanto successivamente cerco di inserirlo nel gioco, sto costruendo una competenza parziale.
Se invece costruisco situazioni nelle quali il giocatore deve percepire, scegliere e agire, il gesto diventa uno strumento per risolvere un problema.
E il problema è il calcio.

PRIMA DEL GESTO C’È L’ESPERIENZA
Jerome Bruner ci offre una prospettiva particolarmente interessante.
La sua teoria delle rappresentazioni distingue tre modalità: enattiva, iconica e simbolica.
Non devono essere considerate come compartimenti rigidi, ma come modalità integrate attraverso le quali la conoscenza può essere costruita e organizzata. Nel materiale di ricerca che abbiamo raccolto, la sequenza viene sintetizzata come:
fare → vedere → pensare e verbalizzare.
Applicata al calcio, questa prospettiva diventa estremamente interessante.
Prima il giocatore vive.
Poi riconosce.
Poi organizza.
Poi comprende.
Poi può generalizzare.
Questo non significa che dobbiamo trasformare un campo da calcio in un’aula scolastica.
Significa esattamente il contrario.
Dobbiamo utilizzare il campo come ambiente di apprendimento.

LA BIBLIOTECA MOTORIA
Ogni giocatore costruisce nel tempo una sorta di biblioteca di esperienze.
Non soltanto una biblioteca di gesti.
Una biblioteca di situazioni.
Un passaggio sotto pressione.
Un 1 contro 1.
Una ricezione con l’avversario alle spalle.
Una conduzione in spazio aperto.
Una palla ricevuta mentre un compagno attacca la profondità.
Una situazione nella quale lo spazio davanti è chiuso.
Una situazione nella quale è necessario cambiare lato.
Queste esperienze costruiscono schemi tecnico-motori, coordinazioni, timing e relazioni percezione-azione.
Ed è proprio la variabilità del contesto a rendere questi schemi progressivamente più adattabili.
Per questo la ripetizione non deve significare:
fare cento volte la stessa cosa.
Può significare:
incontrare molte volte lo stesso problema in condizioni differenti.
È una differenza metodologica enorme.

RIPETERE NON È COPIARE
Questa forse è una delle parole che dobbiamo liberare da un equivoco:
ripetizione.
Ripetere è fondamentale.
Ma cosa ripetiamo?
Se ripetiamo sempre lo stesso gesto, nello stesso spazio, con la stessa velocità, senza avversario, senza pressione e senza variabilità, stiamo aumentando soprattutto la familiarità con quella specifica esecuzione.
Se invece ripetiamo una soluzione dentro situazioni differenti, aumentiamo la possibilità che il giocatore impari ad adattarla.
La ricerca raccolta evidenzia proprio questo: la ripetizione in contesti variabili rafforza gli schemi rendendoli più adattabili a situazioni nuove, mentre la memoria dell’azione è fortemente legata al contesto nel quale quella stessa azione è stata appresa.
E qui torniamo al problema iniziale.
Quale trasferimento avrà un gesto appreso fuori dalla difficoltà?

LA DIFFICOLTÀ NON È UN OSTACOLO ALL’APPRENDIMENTO
Nel calcio giovanile spesso abbiamo paura della difficoltà.
Facciamo prima fare bene il gesto.
Poi mettiamo l’avversario.
Prima facciamo controllare bene la palla.
Poi aumentiamo la pressione.
Prima facciamo il passaggio.
Poi introduciamo la scelta.
Ma il calcio non funziona in questo modo.
La difficoltà non è necessariamente qualcosa che arriva dopo l’apprendimento.
Può essere parte dell’apprendimento.
Perché è la difficoltà che costringe il giocatore ad adattare ciò che sa fare.
Ed è proprio nell’adattamento che la tecnica comincia a diventare competenza.
Un controllo perfetto senza pressione è un gesto.
Un controllo efficace mentre un avversario chiude una linea di passaggio è una soluzione calcistica.

DAL FARE AL VEDERE
Ma non esiste soltanto il corpo.
Il giocatore deve anche imparare a vedere.
La rappresentazione iconica descritta nella nostra ricerca riguarda proprio la capacità di organizzare visivamente l’esperienza: posizioni, distanze, linee di passaggio, spazi liberi, configurazioni e pattern di gioco.
Questo significa che un giocatore non deve soltanto sapere eseguire.
Deve progressivamente imparare a riconoscere.
Deve iniziare a vedere:
lo spazio prima che si apra.
l’avversario prima che arrivi.
il compagno prima che riceva.
la possibilità prima che diventi evidente.
È qui che la tecnica comincia a incontrare la percezione.
E quando percezione, decisione e tecnica iniziano a funzionare insieme, comincia a emergere quello che chiamiamo giocatore.

IL GIOCATORE NON È IL SUO GESTO
Questa dovrebbe diventare una delle frasi centrali del nostro progetto.
Un giocatore non è ciò che sa eseguire.
È ciò che riesce a fare quando la situazione cambia.
Per questo motivo non mi interessa sapere soltanto se un bambino sa fare un cambio di direzione.
Voglio sapere:
Quando lo utilizza?
Perché lo utilizza?
Cosa ha percepito?
Dove lo utilizza?
Cosa succede dopo?
Sa modificare la soluzione se l’avversario cambia comportamento?
Sa riconoscere quando non deve dribblare?
Perché magari la competenza più importante non è saper fare il dribbling.
È sapere quando dribblare e quando non farlo.
E questa competenza non si costruisce con la sola ripetizione del gesto.

IL TERZO LIVELLO: PENSARE
La terza modalità di Bruner, quella simbolica, porta l’esperienza verso il linguaggio, i concetti e la possibilità di generalizzare.
Nel calcio significa poter trasformare ciò che è stato vissuto in principi condivisi.
Il giocatore può arrivare a chiedersi:
“Perché ho scelto questa soluzione?”
“Cosa avevo visto?”
“Cosa sarebbe cambiato se l’avversario fosse stato più vicino?”
“Quale principio posso utilizzare anche in un’altra situazione?”
La ricerca raccolta sottolinea proprio questa integrazione: vivere la situazione sul campo, organizzarla visivamente e successivamente tradurla in principi e linguaggio permette di costruire un apprendimento più profondo e trasferibile.
Ed è qui che l’allenatore cambia completamente ruolo.
Non è più soltanto colui che corregge il gesto.
È colui che costruisce condizioni affinché il giocatore impari.

ALLORA COSA DEVE ALLENARE UNA SOCIETÀ?
La domanda diventa finalmente concreta.
Una società non dovrebbe chiedersi soltanto:
“Quali gesti tecnici dobbiamo insegnare?”
Dovrebbe chiedersi:
quali competenze vogliamo sviluppare in questa fascia d’età?
E poi:
attraverso quali situazioni?
E ancora:
come aumentiamo progressivamente la complessità?
Perché un percorso di sviluppo dovrebbe avere una direzione.
Non una collezione di esercizi.
Non una raccolta di gesti.
Non una successione di mode.
Una progressione.

IL PRINCIPIO DEL PROGETTO CALCIO
A questo punto possiamo cominciare a definire una prima architettura del nostro progetto.
Non:
GESTO → GESTO → GESTO
Ma:
ESPERIENZA → PERCEZIONE → DECISIONE → AZIONE → FEEDBACK → ADATTAMENTO
E successivamente:
ESPERIENZA → RAPPRESENTAZIONE → PRINCIPIO → TRASFERIMENTO
Questa è la direzione che vogliamo approfondire nei prossimi capitoli.
Perché se accettiamo questa prospettiva, cambia anche la domanda iniziale.
Non dobbiamo più chiederci:
“Quanta tecnica deve fare un bambino?”
Dobbiamo chiederci:
“Quali esperienze deve vivere affinché la sua tecnica diventi una competenza utilizzabile nel gioco?”
Ed è una domanda completamente diversa.
Perché a quel punto non stiamo più allenando il gesto.
Stiamo allenando la capacità del giocatore di utilizzare il gesto per risolvere problemi.
E questa, nel calcio, è tutta un’altra storia.


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