Capitolo 5 La società senza progetto produce mercato
Il Progetto calcio
CAPITOLO 5
COSA DEVE SVILUPPARE UN UEFA C NEI PULCINI E NEGLI ESORDIENTI?
La domanda è volutamente provocatoria.
Perché troppo spesso, quando parliamo di formazione degli allenatori, discutiamo di cosa devono conoscere.
Molto meno di cosa devono essere in grado di sviluppare.
E allora partiamo da qui:
un allenatore dei Pulcini non dovrebbe essere valutato dal numero di esercitazioni che conosce.
Dovrebbe essere valutato dalla capacità di costruire un ambiente nel quale il bambino possa imparare.
Questa differenza cambia completamente il mestiere.
NON È UNA QUESTIONE DI ESERCIZI
Prendiamo un allenatore UEFA C.
Ha studiato.
Ha frequentato un corso.
Ha acquisito conoscenze.
Conosce la tecnica.
Conosce la tattica.
Conosce alcune metodologie.
Ma quando entra sul campo con un gruppo di bambini di otto o nove anni, la domanda non può essere:
“Quale esercizio faccio oggi?”
La domanda dovrebbe essere:
“Quale esperienza voglio far vivere oggi a questi giocatori?”
Perché l’esercizio è uno strumento.
L’apprendimento è l’obiettivo.
E questa distinzione dovrebbe diventare il primo criterio di qualità di qualsiasi settore giovanile.
PULCINI ED ESORDIENTI NON SONO PICCOLI PROFESSIONISTI
Sembra banale.
Ma osservando molti campi non lo è.
Vediamo bambini ai quali vengono proposte:
sequenze tecniche;
percorsi coordinativi;
circuiti;
passaggi preordinati;
situazioni standardizzate;
correzioni continue.
Tutto perfettamente organizzato.
Tutto apparentemente professionale.
Ma il calcio è un ambiente nel quale il giocatore deve continuamente percepire e adattarsi.
Quindi il problema non è quanto sia “bello” l’esercizio.
Il problema è:
quante opportunità di apprendimento produce?
COSA DEVE SVILUPPARE UN ALLENATORE?
Io partirei da cinque grandi aree.
1. IL CORPO
Prima ancora della specializzazione tecnica bisogna costruire disponibilità motoria.
Correre.
Frenare.
Accelerare.
Cambiare direzione.
Saltare.
Atterrare.
Ruotare.
Equilibrarsi.
Coordinare.
Manipolare.
Reagire.
Non perché il bambino debba diventare un atleta.
Ma perché il corpo è lo strumento attraverso il quale esplora il gioco.
2. LA PERCEZIONE
Poi dobbiamo insegnare al giocatore a guardare.
Non soltanto la palla.
Il compagno.
L’avversario.
Lo spazio.
Le distanze.
Le traiettorie.
Le possibilità.
Le minacce.
La ricerca sull’apprendimento che abbiamo utilizzato nei capitoli precedenti sottolinea il ruolo della relazione percezione-azione: il giocatore regola forza, direzione e tempo dell’azione in funzione delle informazioni che riceve dalla situazione.
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Quindi non basta chiedere:
“Sai fare il passaggio?”
Dobbiamo iniziare a chiederci:
“Sai riconoscere quando, dove e perché fare quel passaggio?”
3. LA DECISIONE
Qui entriamo nel cuore del calcio.
Il bambino deve iniziare a scegliere.
Non necessariamente scegliere sempre bene.
Deve poter scegliere.
Se l’allenatore anticipa continuamente la soluzione:
“Passa!”
“Vai!”
“Gira!”
“Calcia!”
“Non andare lì!”
il bambino esegue.
Ma quanto sta imparando a decidere?
Il nostro compito non è eliminare l’errore.
È costruire un ambiente nel quale l’errore possa diventare informazione.
4. LA TECNICA
Finalmente arriva la tecnica.
Ma arriva dentro un sistema.
Il controllo.
Il passaggio.
La conduzione.
Il dribbling.
Il tiro.
Il gesto tecnico deve essere progressivamente messo in relazione con:
spazio + tempo + avversario + compagno + obiettivo.
Perché la tecnica isolata può essere ripetuta.
La tecnica funzionale deve essere adattata.
Ed è questa capacità di adattamento che dobbiamo iniziare a costruire.
5. LA RELAZIONE
Il calcio non è individuale.
È una disciplina collettiva.
Quindi il bambino deve imparare progressivamente a mettere in relazione la propria azione con quella degli altri.
Compagni.
Avversari.
Spazio.
Palla.
Obiettivo.
Questo significa che anche la tecnica deve essere osservata dentro una rete di relazioni.
Il giocatore non gioca contro un cono.
Gioca contro qualcuno.
E gioca insieme a qualcuno.
Sembra una banalità.
Eppure cambia completamente la metodologia.
PULCINI: ESPERIENZA PRIMA DELLA SPECIALIZZAZIONE
Nei Pulcini il progetto dovrebbe essere fortemente orientato alla costruzione di esperienze.
Non significa assenza di organizzazione.
Significa organizzazione dell’esperienza.
Il bambino deve incontrare molti problemi diversi.
Spazi diversi.
Numeri diversi.
Avversari diversi.
Distanze diverse.
Regole diverse.
Tempi diversi.
Vincoli diversi.
E deve avere la possibilità di trovare soluzioni.
Questa variabilità è coerente con quanto emerge dalla letteratura sull’apprendimento motorio raccolta nel nostro progetto: modificare spazio, numero, vincoli e pressione temporale può favorire l’adattabilità degli schemi d’azione.
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Quindi nei Pulcini non dobbiamo necessariamente aumentare la quantità di tecnica.
Dobbiamo aumentare la qualità e la varietà delle esperienze.
ESORDIENTI: AUMENTARE LA COMPLESSITÀ
Negli Esordienti il progetto può progressivamente aumentare la complessità.
Il bambino ha già una biblioteca di esperienze.
Ora possiamo chiedergli di collegarle.
Percepire.
Decidere.
Eseguire.
Adattarsi.
Riconoscere conseguenze.
Relazionarsi con i compagni.
Comprendere progressivamente principi di gioco.
Non dobbiamo anticipare il calcio adulto.
Dobbiamo aumentare la complessità del problema.
È completamente diverso.
IL GIOCATORE DEVE INIZIARE A CAPIRE
Ed eccoci alla terza modalità di Bruner.
Dopo aver fatto e sperimentato, possiamo progressivamente aiutare il giocatore a rappresentare ciò che ha vissuto.
Fare → vedere → pensare.
Il linguaggio arriva come strumento per organizzare l’esperienza, non come sostituto dell’esperienza.
Il materiale di ricerca utilizzato nel progetto evidenzia proprio l’integrazione tra modalità enattiva, iconica e simbolica: esperienza concreta, rappresentazione visiva e successiva organizzazione concettuale e linguistica.
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Quindi anche una domanda dell’allenatore può diventare strumento metodologico:
“Cosa hai visto?”
“Perché hai scelto quella soluzione?”
“Cosa sarebbe successo se l’avversario fosse stato più vicino?”
“Dove era lo spazio?”
“Cosa potevi fare diversamente?”
Non stiamo facendo filosofia.
Stiamo insegnando al giocatore a riconoscere il proprio processo decisionale.
IL VERO PLANNING NON È MENSILE
Ed eccoci al problema che abbiamo anticipato.
Una società dovrebbe avere un planning.
Ma non semplicemente:
Settembre: conduzione.
Ottobre: passaggio.
Novembre: dribbling.
Dicembre: tiro.
Questo non è necessariamente un percorso di sviluppo.
È una successione di contenuti.
Il planning dovrebbe invece descrivere l’evoluzione della complessità.
Ad esempio:
U8-U9
→ esplorazione
→ coordinazione
→ relazione con palla
→ percezione dello spazio
→ 1 contro 1
→ gioco
U10-U11
→ maggiore variabilità
→ relazione compagno-avversario
→ scelta
→ orientamento
→ principi semplici di gioco
→ adattamento
U12-U13
→ aumento della complessità
→ maggiore velocità decisionale
→ relazioni tra più giocatori
→ principi collettivi
→ trasferimento
Non è una tabella definitiva.
È un principio.
La progressione deve essere costruita sulle competenze, non sulla successione degli esercizi.
E IL MAESTRO DI TECNICA?
A questo punto possiamo rispondere anche alla domanda del primo capitolo.
Il maestro di tecnica può avere un ruolo.
Ma non dovrebbe essere lui a decidere autonomamente cosa significa sviluppare un giocatore.
Dovrebbe inserirsi dentro il progetto.
Se il giocatore ha bisogno di migliorare una determinata competenza tecnica, il lavoro individuale può diventare utile.
Ma quella competenza deve poi tornare nel gioco.
Il vero test non è se il giocatore esegue meglio il gesto durante la seduta individuale.
È se riesce a utilizzarlo meglio quando la situazione cambia.
Quindi:
tecnica → situazione → adattamento → trasferimento.
Se manca l’ultimo passaggio, abbiamo ancora una domanda aperta.
COSA DOVREBBE SAPERE UN ALLENATORE?
Forse allora dobbiamo cambiare anche la formazione degli allenatori.
Non soltanto:
“Conosci questi esercizi?”
Ma:
“Sai progettare un ambiente di apprendimento?”
Sai osservare?
Sai riconoscere un problema?
Sai distinguere errore tecnico ed errore decisionale?
Sai modificare la difficoltà?
Sai aumentare la complessità?
Sai lasciare spazio all’esplorazione?
Sai costruire vincoli?
Sai osservare il trasferimento?
Sai collaborare con gli altri componenti dello staff?
Perché queste sono competenze professionali.
LA RESPONSABILITÀ DELLA SOCIETÀ
Ed è qui che ritorna il tema centrale.
Non possiamo chiedere all’allenatore dei Pulcini di costruire da solo tutto questo.
La società deve dargli una direzione.
Deve dirgli:
“Questo è il nostro progetto.”
E poi deve formarlo affinché possa applicarlo.
Perché il progetto non può dipendere dalla fortuna di trovare quell’anno l’allenatore particolarmente bravo.
Deve essere il sistema a garantire continuità.
L’allenatore può cambiare.
Il giocatore cresce.
La categoria cambia.
La cultura del club deve rimanere.
ALLORA COSA DEVE FARE UN UEFA C?
La risposta finale di questo capitolo è molto più semplice di quanto sembri.
Un UEFA C nei Pulcini e negli Esordienti non deve essere un distributore di esercizi.
Deve essere un progettista di esperienze di apprendimento.
Deve sapere costruire:
movimento.
percezione.
relazione.
decisione.
tecnica.
adattamento.
gioco.
E deve saperle collegare.
Perché il suo compito non è produrre bambini che fanno bene gli esercizi.
Il suo compito è creare le condizioni affinché quei bambini, nel tempo, diventino giocatori capaci di leggere, decidere e agire.
IL PRINCIPIO DEL CAPITOLO 5
NON PROGRAMMARE CIÒ CHE VUOI FAR FARE AL GIOCATORE.
PROGRAMMA CIÒ CHE VUOI FARGLI IMPARARE.
Questa è probabilmente la distinzione più importante dell’intero progetto.
Perché quando programmi ciò che deve fare, costruisci esercizi.
Quando programmi ciò che deve imparare, costruisci un percorso.
E da qui nasce il capitolo successivo.
Perché se abbiamo stabilito cosa sviluppare, ora dobbiamo capire come misurare se lo stiamo realmente sviluppando.
Ed è qui che entriamo nel territorio più delicato:
CAPITOLO 6 — CHI MISURA LA CRESCITA DEL GIOCATORE?