Il corpo pensa
Dal movimento nasce la cognizione. Non esiste decisione senza percezione.
Apprendimento osservativo
Per secoli il pensiero occidentale ha considerato mente e corpo come due entità separate. Da una parte il cervello, sede dell’intelligenza e del ragionamento. Dall’altra il corpo, semplice esecutore degli ordini provenienti dalla mente.
Questa visione ha influenzato profondamente anche il modo di allenare.
Prima si insegna.
Poi si comprende.
Infine si esegue.
Il movimento è stato spesso interpretato come il punto di arrivo del processo cognitivo.
Le neuroscienze, la psicologia cognitiva e la scienza del movimento hanno progressivamente dimostrato una realtà molto diversa.
Il corpo non esegue soltanto.
Il corpo partecipa alla costruzione del pensiero.
È da questa prospettiva che nasce il paradigma dell’Embodied Cognition, letteralmente cognizione incarnata.
Secondo questa teoria, la mente non può essere compresa indipendentemente dal corpo che la sostiene e dall’ambiente nel quale agisce.
Pensare non è un’attività confinata nel cervello.
Pensare significa percepire.
Muoversi.
Interagire.
Esplorare.
Adattarsi.
Ogni esperienza corporea modifica il modo in cui comprendiamo il mondo.
Ogni azione costruisce nuove conoscenze.
Il cervello non elabora informazioni astratte isolate dal contesto.
Costruisce significati attraverso il continuo dialogo tra percezione, movimento e ambiente.
Negli sport di squadra questo principio assume un valore straordinario.
Ogni decisione nasce da ciò che il giocatore percepisce.
Ogni percezione è influenzata dal movimento.
Ogni movimento modifica nuovamente ciò che viene percepito.
Percezione, decisione e azione non rappresentano tre fasi separate.
Costituiscono un unico processo continuo.
Quando un centrocampista riceve il pallone non osserva il gioco, poi pensa e infine decide.
Tutto accade contemporaneamente.
Mentre orienta il corpo raccoglie informazioni.
Mentre controlla il pallone modifica il proprio campo visivo.
Mentre percepisce il movimento degli avversari prepara già l’azione successiva.
Il pensiero prende forma nel movimento.
Il movimento modifica il pensiero.
Separare questi processi significa semplificare una realtà che, in campo, è profondamente integrata.
Questa prospettiva mette in discussione molte pratiche metodologiche ancora diffuse.
Per anni si è creduto che fosse possibile allenare la decisione separatamente dal gesto tecnico, la tecnica separatamente dal contesto o la tattica separatamente dalla percezione.
L’Embodied Cognition suggerisce il contrario.
La conoscenza nasce dall’interazione.
Ogni competenza costruita al di fuori del contesto perde parte del proprio significato.
Un gesto tecnico non possiede valore in sé.
Acquista significato solo in relazione al problema che deve risolvere.
Un passaggio non è semplicemente un movimento del piede.
È una risposta a uno spazio, a un tempo disponibile, alla posizione dei compagni e degli avversari, all’intenzione tattica e agli obiettivi del gioco.
Il corpo costruisce questa risposta mentre percepisce il contesto.
Non dopo.
Durante.
È proprio questa simultaneità che rende il calcio uno degli ambienti più complessi dal punto di vista cognitivo.
Ogni movimento modifica continuamente il problema successivo.
Ogni azione genera nuove informazioni.
Ogni informazione produce nuove possibilità di azione.
Il giocatore non esegue un programma motorio già scritto.
Lo costruisce istante dopo istante.
Questa visione modifica anche il ruolo dell’allenatore.
Allenare non significa insegnare movimenti perfetti.
Significa progettare ambienti nei quali il corpo possa costruire conoscenza attraverso l’azione.
Ogni vincolo.
Ogni spazio.
Ogni regola.
Ogni relazione numerica.
Ogni situazione di gioco.
Diventa uno stimolo che orienta contemporaneamente percezione, movimento e decisione.
Il corpo apprende.
La mente apprende.
Perché sono parte dello stesso sistema.
L’Embodied Cognition trova oggi conferma in numerose ricerche neuroscientifiche.
I sistemi percettivi, motori e cognitivi non lavorano come compartimenti separati.
Formano reti integrate che si attivano simultaneamente durante ogni comportamento.
Persino comprendere l’azione di un altro giocatore coinvolge circuiti motori che simulano internamente ciò che viene osservato.
Il movimento non è soltanto il risultato del pensiero.
È uno dei meccanismi attraverso cui il pensiero prende forma.
Per il calcio questa prospettiva rappresenta una vera rivoluzione metodologica.
Non si allenano prima i piedi e poi il cervello.
Si allenano contemporaneamente.
Non si sviluppa prima la tecnica e poi la comprensione del gioco.
La tecnica nasce dalla comprensione del problema che il corpo sta cercando di risolvere.
Ogni esperienza motoria costruisce nuove rappresentazioni cognitive.
Ogni rappresentazione modifica il comportamento futuro.
Per questo motivo il titolo di questo volume non è una metafora.
Il corpo pensa.
Non perché sostituisca il cervello.
Ma perché cervello, corpo e ambiente costituiscono un unico sistema dinamico di apprendimento.
Comprendere questo principio significa superare definitivamente la tradizionale separazione tra preparazione tecnica, tattica e cognitiva.
Significa riconoscere che ogni gesto è già una decisione.
Che ogni decisione è già un atto percettivo.
E che ogni apprendimento nasce dall’unità inscindibile tra corpo, mente e ambiente.
È da questa consapevolezza che prenderà forma la metodologia del calcio del futuro.
La didattica del futuro non potrà prescindere da ciò