Il cervello che impara
Attenzione, memoria, emozioni, stress, carico cognitivo e neuroplasticità negli sport di squadra
Negli ultimi trent’anni le neuroscienze hanno modificato profondamente la nostra comprensione dell’apprendimento umano.
Per molto tempo il cervello è stato considerato una sorta di archivio nel quale immagazzinare informazioni. L’apprendimento veniva interpretato come un processo lineare: ricevere dati, conservarli e recuperarli quando necessario.
Oggi sappiamo che il cervello non funziona così.
Non registra semplicemente informazioni.
Le seleziona.
Le interpreta.
Le collega alle esperienze precedenti.
Le modifica continuamente.
Ogni nuova esperienza cambia fisicamente il sistema nervoso.
Ogni allenamento lascia una traccia biologica.
Ogni decisione modifica le reti neurali che renderanno possibili le decisioni future.
Questa capacità prende il nome di neuroplasticità.
È uno dei concetti più importanti delle moderne neuroscienze e rappresenta il fondamento biologico dell’apprendimento.
Il cervello non è un organo statico.
È un sistema dinamico che si riorganizza continuamente in funzione delle esperienze vissute.
Negli sport di squadra questa prospettiva assume un significato straordinario.
Ogni esercitazione.
Ogni situazione di gioco.
Ogni errore.
Ogni feedback.
Ogni relazione con i compagni.
Ogni decisione.
Contribuisce a modificare il funzionamento del cervello del giocatore.
Allenare significa quindi modificare il sistema nervoso attraverso esperienze intenzionalmente progettate.
Questa affermazione cambia radicalmente il significato della metodologia.
Non stiamo allenando soltanto muscoli.
Stiamo allenando reti neurali.
Stiamo costruendo nuovi modi di percepire.
Di decidere.
Di adattarsi.
Di comprendere il gioco.
Ma perché questo accada è necessario comprendere alcuni processi fondamentali.
Il primo è l’attenzione.
Il cervello riceve ogni secondo una quantità enorme di informazioni.
Non può elaborarle tutte.
È costretto a selezionare.
L’attenzione rappresenta il filtro attraverso il quale il sistema decide cosa elaborare e cosa ignorare.
Senza attenzione non esiste apprendimento.
Un allenamento ricco di stimoli inutili, spiegazioni troppo lunghe o richieste contemporanee rischia di disperdere le risorse cognitive del giocatore.
La metodologia deve quindi imparare a progettare il focus attentivo.
Non basta proporre un esercizio.
Occorre sapere cosa il giocatore dovrà realmente osservare.
Il secondo processo riguarda la memoria.
Apprendere non significa ricordare ogni dettaglio.
Significa costruire reti di conoscenze facilmente recuperabili quando il gioco lo richiede.
Le neuroscienze distinguono differenti sistemi di memoria.
La memoria di lavoro permette di elaborare le informazioni nel momento presente.
La memoria a lungo termine conserva principi, esperienze e conoscenze costruite nel tempo.
La memoria procedurale rende automatiche molte competenze motorie.
Nel calcio questi sistemi lavorano continuamente insieme.
Il giocatore utilizza la memoria di lavoro per interpretare la situazione attuale, mentre richiama dalla memoria a lungo termine principi già appresi e competenze costruite attraverso migliaia di esperienze precedenti.
Anche le emozioni occupano un ruolo centrale.
Per molti anni si è pensato che rappresentassero un ostacolo al pensiero razionale.
Le neuroscienze dimostrano invece che emozione e cognizione sono profondamente integrate.
Ogni esperienza emotivamente significativa viene elaborata con maggiore intensità.
Ricordata più facilmente.
Recuperata più rapidamente.
Un ambiente positivo non serve semplicemente a far stare bene il giocatore.
Favorisce concretamente l’apprendimento.
Al contrario, un clima caratterizzato da paura continua, umiliazione o eccessiva pressione può limitare la capacità di attenzione, ridurre la qualità delle decisioni e compromettere la costruzione di nuove competenze.
Questo conduce inevitabilmente al tema dello stress.
Lo stress non è sempre negativo.
Una moderata attivazione migliora attenzione, prontezza e capacità decisionale.
È ciò che permette al cervello di mobilitare le proprie risorse di fronte a una sfida.
Quando però l’attivazione supera la capacità di adattamento dell’individuo, il sistema cognitivo inizia a perdere efficienza.
La percezione si restringe.
Le decisioni diventano impulsive.
La memoria di lavoro si sovraccarica.
L’apprendimento rallenta.
Il compito dell’allenatore non consiste nell’eliminare lo stress.
Consiste nel progettare ambienti nei quali il livello di sfida sia sufficientemente elevato da stimolare la crescita, ma non così eccessivo da bloccare il funzionamento cognitivo.
Questo equilibrio è strettamente collegato al carico cognitivo.
Ogni esercitazione richiede una certa quantità di risorse mentali.
Più informazioni devono essere elaborate contemporaneamente, maggiore sarà il carico imposto al cervello.
Quando questo carico supera la capacità del giocatore, la qualità dell’apprendimento diminuisce.
Non perché il giocatore non sia motivato.
Ma perché il sistema cognitivo non riesce più a elaborare efficacemente tutte le informazioni disponibili.
Una metodologia moderna non progetta soltanto il carico fisico.
Progetta anche il carico cognitivo.
Gestisce la quantità di informazioni.
La complessità dei problemi.
Il numero delle decisioni.
La velocità richiesta.
La pressione temporale.
La variabilità delle situazioni.
Ogni scelta metodologica modifica il funzionamento del cervello.
Ed è proprio la ripetizione di queste esperienze che alimenta la neuroplasticità.
Ogni volta che un giocatore affronta un problema significativo, costruisce nuove connessioni neurali.
Ogni volta che una competenza viene richiamata e adattata a un contesto diverso, quelle connessioni si rafforzano.
Ogni volta che un principio viene trasferito con successo a una situazione nuova, il cervello diventa più efficiente nell’utilizzarlo.
L’apprendimento non lascia soltanto un ricordo.
Lascia una trasformazione biologica.
Per questo motivo la metodologia dell’allenamento non può essere separata dalle neuroscienze.
Ogni seduta modifica il cervello del giocatore.
La domanda che ogni allenatore dovrebbe porsi non è soltanto:
“Che cosa sto allenando?”
Ma soprattutto:
“Quale cervello sto contribuendo a costruire?”
Perché il futuro della metodologia non dipenderà dalla quantità di esercitazioni disponibili.
Dipenderà dalla capacità di progettare esperienze coerenti con il modo in cui il cervello umano apprende.
Ed è proprio in questo incontro tra neuroscienze, pedagogia e sport che nasce una nuova idea di formazione: un calcio nel quale comprendere il funzionamento del cervello significa comprendere, finalmente, il funzionamento dell’apprendimento stesso.