Oltre il limite: la neurofisiologia della fatica e la leggenda della disattivazione dei neuroni di Renshaw
«Cosa succede nella mente di un atleta quando il corpo dice “basta”?»
È una domanda che ogni preparatore atletico, psicologo dello sport e professionista della prestazione si pone quotidianamente. La risposta della neurofisiologia classica risiede nel concetto di inibizione di soprasoglia: un vero e proprio meccanismo di salvataggio del nostro organismo.
Quando lo sforzo muscolare raggiunge un livello critico, il sistema nervoso centrale aziona un freno d’emergenza. Entrano in gioco i neuroni di Renshaw, interneuroni glicinergici situati nel corno anteriore del midollo spinale. Tramite un circuito di inibizione fully-automatic, questi neuroni riducono o bloccano la frequenza di scarica dei motoneuroni α, impedendo il danno tessutale e la rottura delle fibre. In parole semplici: quando la volontà cosciente spinge per andare oltre, la fisiologia spinale risponde bloccando il comando motorio.
La Metafora dell’ABS e del Limitatore di Velocità
Per comprendere al meglio come lavorano questi interneuroni, possiamo immaginare la nostra muscolatura come il motore di un’automobile da corsa:
- Il motoneurone α è l’acceleratore: invia l’impulso per far girare il motore a tavoletta (la contrazione muscolare).
- Il neurone di Renshaw funziona esattamente come il limitatore di giri o il sistema ABS: quando rileva che il motore sta entrando nella “zona rossa” del contagiri e rischia di fondere per lo sforzo, taglia l’alimentazione in modo del tutto automatico, indipendentemente da quanto il pilota stia schiacciando il pedale dell’acceleratore.
Se non ci fosse questo “limitatore di serie”, il muscolo esprimerebbe il 100% della sua forza teorica, ma rischierebbe di strapparsi o di danneggiare irrimediabilmente i tendini.
Il dogma della letteratura e la trance agonistica
Se sfogliate i classici testi di neurofisiologia, la sentenza appare perentoria: non è possibile disattivare o modulare volontariamente i neuroni di Renshaw. Il ragionamento scientifico ortodosso tende a essere lineare: poiché la loro attivazione è un riflesso spinale automatico di protezione, superarlo o silenziarlo selettivamente è considerato fisiologicamente impossibile.
Eppure, chiunque si occupi di psicologia dello sport e di biomeccanica della prestazione sa bene che il confine del “limite umano” è tutt’altro che rigido.
Narra una mezza leggenda — di quelle che circolano tra lupi, elfi e studiosi della natura umana — che in un bosco sperduto, al riparo dal caldo torrido, un “vecchietto” sia in grado di disattivare selettivamente questi freni neurofisiologici. Una suggestione o una realtà mascherata?
L’Ipnosi Clinica: modulare l’inconscio per riprogrammare la risposta motoria
Senza sconfinare nel mito, è proprio attraverso l’ipnosi e la modulazione degli stati di coscienza che la neuroscienza moderna riscontra variazioni straordinarie nell’inibizione centrale e periferica.
Attraverso la trance ipnotica e il raggiungimento dello stato di flow (o “trance agonistica”), l’atleta non “spegne” magicamente i neuroni di Renshaw — operazione che porterebbe a lesioni strutturali — ma riesce a rimodulare la percezione della fatica (nocicezione) e la risposta allo stress psicofisico. La suggestione ipnotica agisce sulle vie cortico-spinali discendenti, tarando in modo più efficiente la sensibilità del “limitatore di giri” e permettendo al reclutamento delle unità motorie di esprimersi al massimo del loro potenziale reale, senza generare ansia da prestazione o blocchi ideomotori.
Il “vecchietto nel bosco” ha forse scoperto ciò che l’ipnosi clinica e la psicologia dello sport applicata dimostrano ogni giorno: l’interazione tra mente inconscia e midollo spinale è un dialogo continuo e modulabile. I freni fisiologici esistono per proteggerci, ma imparare a dialogare con il nostro sistema nervoso tramite la trance ipnotica è la vera chiave per spostare il confine della prestazione un passo più in là.
A cura di:
Dott. Antonio Sicignano
Medico Psicoterapeuta (Ipnosi e psicoterapia Ericksoniana), Esperto in Psicologia dello Sport
Bibliografia essenziale di riferimento
- Renshaw, B. (1946). Central effects of centripetal impulses in axons of spinal ventral roots. Journal of Neurophysiology, 9(3), 191-204.
- Windhorst, U. (1996). On the role of recurrent inhibitory feedback in motor control. Progress in Neurobiology, 49(6), 517-587.
- Erickson, M. H., & Rossi, E. L. (1981). L’esperienza dell’ipnosi: Approcci terapeutici agli stati alterati di coscienza. Astrolabio Ubaldini.
- Rainville, P., et al. (1997). Pain affect encoded in human anterior cingulate but not S1 cortex. Science, 277(5328), 968-971.
- Taylor, J. L., & Gandevia, S. C. (2008). A comparison of central fatigue in different muscle groups. European Journal of Applied Physiology, 104(3), 509-521.
- Uneståhl, L. E. (1986). Integrated Mental Training in Sport. Veje Publishing.