Prima Formazione

11 Lug , 2026 - EPISTEMOLOGIA DEL PROCESSO APPRENDIMENTO

Prima Formazione

Prima formazione


Ho accolto con entusiasmo l’invito a curare questa sezione dedicata alla prima formazione. Non perché ritenga necessario aggiungere un’altra metodologia alle tante già esistenti, né perché pensi che il mondo del calcio giovanile abbia bisogno dell’ennesimo repertorio di esercitazioni.
Credo, piuttosto, che oggi ci sia un’esigenza più profonda: fermarsi a riflettere sul modo in cui pensiamo l’apprendimento.
Prima di chiederci come allenare un bambino, dovremmo domandarci che cosa significa imparare.
È una domanda apparentemente teorica, ma dalla quale dipende ogni scelta pratica. Ogni esercizio, ogni correzione, ogni organizzazione dello spazio, ogni relazione tra allenatore e bambino porta con sé, spesso inconsapevolmente, una precisa idea di apprendimento.
Questa rubrica nasce proprio da qui.
Cambiare lo sguardo
Per molti anni abbiamo cercato risposte sempre più sofisticate.
Più neuroscienze.
Più dati.
Più tecnologia.
Più protocolli.
Più programmazione.
Tutto questo ha certamente arricchito le nostre conoscenze. Ma, talvolta, ci ha anche portato a descrivere il bambino come un sistema da ottimizzare, un cervello da stimolare, un insieme di capacità da sviluppare secondo sequenze prestabilite.
È una visione che ha prodotto contributi importanti, ma che oggi mostra anche i suoi limiti.
Il rischio è ridurre la complessità dell’esperienza umana a una serie di meccanismi da attivare.
Eppure un bambino non è un cervello che abita un corpo.
È un essere umano che scopre il mondo vivendo, muovendosi, giocando, sbagliando, relazionandosi con gli altri.
Una prospettiva fenomenologico-enattiva
La prospettiva che accompagnerà questa sezione si ispira alla fenomenologia e all’enattivismo.
Può sembrare un linguaggio distante dalla pratica del campo, ma in realtà riguarda questioni molto concrete.
Significa riconoscere che l’apprendimento non è qualcosa che viene trasferito dall’allenatore al bambino, né qualcosa che accade esclusivamente nel cervello.
L’apprendimento emerge dall’incontro continuo tra il bambino, il suo corpo, il gioco, i compagni, gli avversari, gli spazi, i materiali e l’ambiente nel quale tutto questo prende forma.
Non impariamo prima per poi agire.
Impariamo agendo.
E, mentre agiamo, trasformiamo anche il nostro modo di percepire il mondo.
Questa è una differenza decisiva.
Ripensare il ruolo dell’allenatore
Di conseguenza cambia anche il ruolo dell’allenatore.
L’allenatore non costruisce il cervello del giocatore.
Costruisce, o meglio progetta, le condizioni nelle quali possano emergere nuove forme di percezione, nuove coordinazioni motorie, nuove relazioni e nuovi significati.
È il progettista di un’ecologia dell’apprendimento.
Organizza spazi.
Modula vincoli.
Propone problemi.
Favorisce incontri.
Stimola esplorazioni.
Lascia che il bambino trovi progressivamente il proprio modo di abitare il gioco.
L’apprendimento consiste proprio in questa trasformazione del significato dell’esperienza.
Le neuroscienze: una risorsa, non un’ideologia
In questa rubrica parleremo anche di neuroscienze.
Sarebbe un errore ignorarle.
Ma sarebbe altrettanto sbagliato trasformarle in un linguaggio capace di spiegare tutto.
Le neuroscienze descrivono alcuni meccanismi fondamentali dell’apprendimento.
Non esauriscono il fenomeno dell’apprendere.
Il rischio, oggi molto diffuso, è utilizzare parole come plasticità, sinapsi, finestre sensibili o cervello come se bastassero, da sole, a giustificare una metodologia.
L’apprendimento umano è molto più ricco.
Coinvolge percezione, azione, emozioni, relazioni, cultura, linguaggio, motivazione e storia personale.
Il cervello è parte di questo sistema.
Non il suo unico protagonista.
Una rubrica per fare domande
Chi leggerà queste pagine troverà certamente riflessioni metodologiche, proposte operative, riferimenti scientifici e analisi del gioco.
Ma troverà soprattutto domande.
Perché credo che la crescita di un allenatore inizi quando cambia il modo in cui osserva ciò che accade davanti ai suoi occhi.
Parleremo di gioco, inclusione, motricità, intenzionalità, creatività, emozioni, percezione, errore, tecnica, tattica, neuroscienze, pedagogia e metodologia.
Ma proveremo sempre a farlo partendo dall’esperienza vissuta del bambino.
Non dall’esercizio.
Non dalla prestazione.
Non dal cervello isolato.
Un invito
Se questa sezione avrà un filo conduttore, sarà un invito a cambiare prospettiva.
A passare dall’idea di un allenamento che trasmette conoscenze a un allenamento che generando esperienze reali e situate promuove competenze.
Dall’ossessione del controllo alla fiducia nell’esplorazione.
Dalla ricerca della risposta corretta alla costruzione di ambienti ricchi di possibilità.
Perché educare significa molto meno “insegnare” e molto di più creare le condizioni affinché ciascun bambino possa sviluppare un rapporto sempre più ricco, consapevole e creativo con il gioco.
Questo sarà il percorso che proveremo a fare insieme.
Non per offrire certezze definitive, ma per imparare a guardare il bambino e il calcio con occhi diversi.


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