IL GIOCATORE NON IMPARA A GIOCARE. IMPARA A RELAZIONARSI
Tecnica, tattica, principi e tempo della correzione
C’è un errore di fondo nel modo in cui continuiamo a raccontare la tecnica e la tattica nel calcio
Abbiamo separato ciò che, nel gioco, nasce insieme.
Da una parte la tecnica: il gesto, il passaggio, il controllo, il dribbling, il tiro.
Dall’altra la tattica: lo spazio, la posizione, il movimento, la struttura, il sistema.
Come se il giocatore prima dovesse imparare a fare e poi, successivamente, imparare a capire.
Io penso esattamente il contrario.
Il giocatore non è un esecutore di gesti. È un soggetto che costruisce relazioni.
E questa non è soltanto una posizione metodologica.
È una posizione filosofica.
Perché il calcio, prima ancora di essere una somma di gesti tecnici e comportamenti tattici, è una forma di relazione tra persone che condividono uno spazio, un tempo, un obiettivo e un problema.
Il compagno non è semplicemente quello a cui passo la palla.
È parte della mia decisione.
L’avversario non è semplicemente quello da superare.
È parte della mia percezione.
Lo spazio non è semplicemente una zona del campo.
È una possibilità.
Il tempo non è semplicemente la durata dell’azione.
È la possibilità di anticipare, ritardare, accelerare o conservare.
Ed è qui che nasce il mio concetto di Principi del Giocatore.
LA TECNICA NON È IL GESTO. È IL SIGNIFICATO DEL GESTO
Un passaggio tecnicamente perfetto può essere una scelta sbagliata.
Un controllo apparentemente imperfetto può invece essere la soluzione migliore.
Un dribbling non è bravo perché è bello.
È bravo quando modifica una relazione.
La tecnica, quindi, non può essere considerata soltanto come la qualità con cui il giocatore esegue un gesto.
È la capacità di utilizzare il proprio corpo e il proprio gesto per modificare una situazione.
Il piede non passa semplicemente la palla.
Comunica.
Il corpo non si orienta semplicemente.
Informa.
Il movimento non serve semplicemente a correre.
Modifica lo spazio degli altri.
Per questo non credo nella tecnica separata dal gioco.
Credo nella tecnica dentro il problema.
LA TATTICA NON È MUOVERE I GIOCATORI
Anche la tattica, secondo me, è stata spesso ridotta a qualcosa di troppo semplice.
Posizioni.
Linee.
Sistemi.
Movimenti prestabiliti.
Ma una squadra non è una lavagna magnetica.
I giocatori non sono pedine.
La tattica nasce quando un giocatore riesce a comprendere come il proprio comportamento modifica quello degli altri.
Se io mi muovo, costringo qualcuno a reagire.
Se occupo uno spazio, ne libero un altro.
Se attacco la profondità, posso creare spazio davanti.
Se mi avvicino, posso creare una relazione di sostegno.
Se mi allontano, posso generare ampiezza.
Quindi la tattica non è semplicemente sapere dove stare.
È sapere perché quella posizione esiste in relazione a ciò che stanno facendo gli altri.
IL PRINCIPIO È UN LINGUAGGIO, NON UNA COMBINAZIONE
Per questo non considero un principio di gioco una sequenza da memorizzare.
Un principio non dovrebbe dire:
“Quando succede A, tu devi fare B.”
Dovrebbe permettere al giocatore di comprendere:
“Quando riconosco questa situazione, so quale relazione voglio costruire.”
Questa è la differenza tra esecuzione e comprensione.
La prima produce giocatori dipendenti dalla soluzione.
La seconda produce giocatori capaci di costruire soluzioni.
La ricerca sull’apprendimento che ho approfondito, attraverso Bruner, offre una prospettiva coerente con questa impostazione: l’esperienza viene prima vissuta nell’azione, poi può essere organizzata attraverso immagini e infine trasformata in linguaggio, principi e concetti condivisi.
Ma proprio qui nasce una domanda che considero fondamentale:
quanto deve intervenire l’allenatore?
E soprattutto:
quando deve intervenire?
IL TEMPO DELLA CORREZIONE
Per me la correzione non è soltanto un atto tecnico.
È una scelta metodologica.
E, ancora prima, è una scelta sul tempo.
Fermare non significa necessariamente interrompere l’apprendimento.
A volte fermare significa intensificarlo.
Quando l’allenatore interrompe un’esercitazione, concentra l’attenzione del giocatore su un determinato fenomeno.
Lo rende visibile.
Lo isola.
Lo nomina.
Gli attribuisce significato.
In quel momento la pausa non è tempo perso.
È tempo di attenzione.
Ma esiste anche il suo contrario.
Lasciare giocare troppo, senza mai intervenire, può significare lasciare che l’esperienza proceda senza che il giocatore riesca a riconoscere ciò che dovrebbe diventare significativo.
Il problema, quindi, non è:
“Devo fermare o devo lasciare giocare?”
Il problema è:
“Perché sto fermando? Perché sto lasciando giocare? E soprattutto, in quale momento del processo di apprendimento mi trovo?”
La ricerca che ho raccolto attribuisce all’allenatore, nella fase enattiva, proprio il compito di far vivere la situazione, osservare e intervenire con feedback brevi legati all’azione e alla scelta.
Quindi la correzione non deve essere necessariamente continua.
Deve essere significativa.
FERMARE È INTENSIFICARE IL FOCUS
Un allenatore che ferma continuamente rischia di sostituirsi al giocatore.
Ma un allenatore che non ferma mai rischia di confondere libertà con assenza di direzione.
La pausa deve avere una funzione.
Se fermo per dire al giocatore esattamente cosa fare, sto sostituendo il suo processo decisionale.
Se fermo per portare la sua attenzione su una relazione che non aveva riconosciuto, sto aumentando la sua capacità di osservare.
Questa è una differenza enorme.
Non fermo per dare la soluzione.
Fermo per rendere visibile il problema.
Per esempio:
“Cosa è successo quando il compagno ha ricevuto alle spalle?”
“Quale spazio si è aperto?”
“Cosa ha modificato il tuo movimento?”
“Se tu fossi rimasto qui, cosa sarebbe successo?”
La domanda diventa allora uno strumento di formazione.
Il giocatore non riceve soltanto una risposta.
Costruisce una rappresentazione.
Ed è proprio questa possibilità di passare dall’azione alla rappresentazione e poi al concetto che rende coerente il percorso enattivo-iconico-simbolico descritto nei materiali di ricerca.
IL TEMPO DELLA CORREZIONE CAMBIA DURANTE LA STAGIONE
Ed è qui che, secondo me, entra un altro elemento fondamentale:
la correzione non può avere la stessa frequenza durante tutta la stagione.
Perché anche il giocatore cambia.
E cambia il livello di conoscenza condivisa.
INIZIO STAGIONE
All’inizio il gruppo non possiede ancora una grammatica comune.
I giocatori devono ancora riconoscere i principi, comprenderne il significato e soprattutto costruire esperienze condivise.
In questa fase posso fermare di più.
Posso interrompere.
Posso mostrare.
Posso verbalizzare.
Posso dare un nome a ciò che sta accadendo.
Perché devo costruire attenzione condivisa.
Non sto ancora cercando soltanto la prestazione.
Sto costruendo il linguaggio.
METÀ STAGIONE
Quando il gruppo ha accumulato esperienze, la correzione può cambiare.
Non devo necessariamente fermare ogni errore.
Posso lasciare che il gioco produca informazione.
Posso osservare se il giocatore riconosce autonomamente la situazione.
Posso utilizzare maggiormente domande, feedback brevi, immagini e momenti di riflessione.
La correzione diventa progressivamente meno prescrittiva e più interrogativa.
Il giocatore deve cominciare a correggersi attraverso ciò che riconosce.
STAGIONE INOLTRATA
Qui il rapporto cambia ancora.
I principi dovrebbero essere diventati una parte della cultura della squadra.
Non significa che il lavoro sia finito.
Significa che l’allenatore può permettersi di intervenire meno frequentemente e in maniera più selettiva.
La pausa deve diventare quasi chirurgica.
Non fermo per correggere tutto.
Fermo ciò che può generare un apprendimento superiore.
Il mio intervento non deve più occupare il gioco.
Deve aumentare la qualità del gioco.
FINE STAGIONE
Alla fine del percorso la domanda non dovrebbe più essere:
“Hanno imparato quello che gli ho insegnato?”
Dovrebbe essere:
“Cosa riescono a riconoscere e costruire senza che io glielo dica?”
Questa, per me, è una delle misure più importanti della qualità di un processo formativo.
Perché il valore dell’allenatore non si misura soltanto dalla capacità di correggere.
Si misura dalla capacità di rendere progressivamente meno necessaria la propria correzione.
L’ALLENATORE DEVE SAPER SCOMPARIRE
È una frase che può sembrare paradossale.
Ma credo profondamente che un buon allenatore debba, nel tempo, diventare meno visibile dentro le decisioni del giocatore.
All’inizio costruisce attenzione.
Poi costruisce significati.
Poi costruisce linguaggio.
Poi costruisce autonomia.
Alla fine deve lasciare che siano i giocatori a riconoscere le relazioni.
A parlarsi.
A correggersi.
A modificarsi.
A scegliere.
L’allenatore non scompare davvero.
Scompare dalla soluzione e rimane dentro il processo.
Ed è forse questa la forma più alta dell’insegnamento.
NON FORMARE ESECUTORI DEL GIOCO
Il mio pensiero parte da qui.
Non voglio giocatori che sappiano semplicemente eseguire un gesto.
Non voglio giocatori che conoscano semplicemente una posizione.
Non voglio squadre che ripetano semplicemente un sistema.
Voglio giocatori capaci di riconoscere ciò che accade.
Capaci di interpretare.
Capaci di scegliere.
Capaci di adattarsi.
Capaci di relazionarsi.
Capaci di pensare con gli altri.
E voglio un allenatore capace di comprendere che anche la propria presenza deve essere regolata.
Perché anche l’intervento dell’allenatore ha uno spazio e un tempo.
Troppo presto può togliere esperienza.
Troppo tardi può perdere il focus.
Troppo spesso può creare dipendenza.
Troppo poco può lasciare l’esperienza senza significato.
La vera competenza metodologica sta quindi anche nel sapere quando parlare, quando fermare, quando chiedere, quando osservare e quando lasciare che il gioco insegni.
Perché il calcio non è soltanto una questione di spazio e tempo per il giocatore.
È anche una questione di spazio e tempo per l’allenatore.
E forse è proprio qui che tecnica, tattica, apprendimento e filosofia si incontrano.
Non formare esecutori del gioco.
Forma giocatori capaci di costruirlo.
E impara, come allenatore, a capire quando intervenire per costruire quella capacità e quando invece avere il coraggio di non intervenire.