Non giocatore pensante;
non giocatore scegliente;
ma giocatore enattivo
La teoria di Libet e il calcio: perché alcune affermazioni oggi vanno riviste
“Carico cognitivo, attività decisionali, scelte, velocità di pensiero. Non si è ancora capito che tutto deve avvenire in circa 100-150 millisecondi nelle situazioni di gioco e che quindi la coscienza, come sosteneva Benjamin Libet, viene informata a cose fatte.”
Questa affermazione contiene un elemento corretto, ma la conclusione merita di essere rivista alla luce delle attuali conoscenze neuroscientifiche.
È vero che nelle situazioni di gioco ad alta velocità il tempo disponibile è spesso dell’ordine di 100-150 millisecondi. In intervalli così brevi è improbabile che il calciatore compia un ragionamento cosciente del tipo “vedo, analizzo, scelgo, eseguo”. Le risposte sono prevalentemente sostenute da processi percettivo-motori automatizzati, costruiti attraverso l’esperienza e l’allenamento.
Ciò che va rivisto è il richiamo a Libet come dimostrazione che la coscienza sia semplicemente informata “a cose fatte”.
Gli esperimenti di Benjamin Libet riguardavano movimenti volontari estremamente semplici e privi di contesto, non decisioni complesse, dinamiche e continuamente adattive come quelle che caratterizzano il calcio.
Negli ultimi decenni, inoltre, le interpretazioni delle sue ricerche sono state profondamente ridiscusse. Neuroscienziati e filosofi della mente come Daniel Dennett, Alfred Mele, Aaron Schurger e Uri Maoz hanno mostrato che dai dati di Libet non è possibile concludere che il cervello “decida” completamente prima della persona.
Dennett ha criticato l’affidabilità della misura introspettiva della consapevolezza; Mele ha evidenziato che i risultati di Libet non dimostrano l’inesistenza del controllo cosciente; Schurger ha proposto il modello dell’accumulo stocastico, secondo cui il readiness potential non rappresenta una decisione già presa, ma una fluttuazione spontanea dell’attività neurale che raggiunge una soglia; Maoz ha infine sottolineato come il paradigma sperimentale di Libet sia scarsamente rappresentativo delle decisioni reali, intenzionali e contestualizzate.
Lo stesso Libet, negli ultimi anni della sua attività scientifica, riconobbe che i suoi risultati erano stati interpretati in modo eccessivamente deterministico e introdusse il concetto di free won’t, sostenendo che, anche se la preparazione neurale dell’azione precede la consapevolezza, la coscienza conserva la possibilità di inibire o modificare un’azione già avviata.
Questo passaggio è fondamentale.
Oggi la prospettiva neuroscientifica più influente si avvicina alla cognizione incarnata (embodied cognition) e, nelle scienze dello sport, dialoga sempre più con la teoria ecologica della percezione e dell’azione.
La coscienza non viene più considerata un direttore d’orchestra che impartisce ordini a ogni singolo movimento, ma parte integrante di un sistema dinamico nel quale cervello, corpo e ambiente interagiscono continuamente.
Che cosa significa questo nel calcio?
Significa che le micro-risposte che avvengono entro 100-150 millisecondi sono prevalentemente automatiche e basate su processi percettivo-predittivi costruiti attraverso l’esperienza.
Ma la coscienza non scompare.
Essa mantiene gli obiettivi dell’azione, monitora costantemente ciò che accade e, soprattutto, permette di riorientare intenzionalmente la condotta quando il contesto cambia.
È proprio nei giochi sportivi di invasione, caratterizzati da un’incertezza continua, che emerge questo aspetto.
Il calciatore non sceglie coscientemente ogni singolo gesto tecnico. Piuttosto, modifica continuamente l’intenzione dell’azione in funzione dei movimenti dell’avversario, dei compagni, dello spazio disponibile e della traiettoria della palla. Interrompe un passaggio, cambia direzione, rinuncia a un dribbling, accelera o rallenta quando l’ambiente gli offre nuove opportunità d’azione (affordances).
Per questo motivo è riduttivo sostenere sia che “la coscienza decide tutto”, sia che “la coscienza arriva sempre a cose fatte”.
La realtà appare organizzata su livelli temporali differenti.
Nel livello rapidissimo (100-200 millisecondi) prevalgono automatismi, anticipazione probabilistica e accoppiamento percezione-azione.
Successivamente (oltre i 300 millisecondi) diventano possibili correzioni, inibizioni e riorientamenti dell’azione.
Su scale temporali ancora più ampie intervengono pianificazione tattica, apprendimento e regolazione strategica.
Anche il concetto di anticipazione probabilistica merita attenzione.
Gran parte dell’efficacia del giocatore non deriva dal “pensare più velocemente”, ma dall’aver costruito, attraverso l’esperienza, modelli predittivi che gli consentono di essere già orientato verso la soluzione più probabile prima ancora che l’evento si completi.
Se la previsione viene confermata, la risposta è quasi automatica.
Se invece il contesto cambia improvvisamente, entra in gioco la coscienza incarnata, che riorienta intenzionalmente il comportamento adattandolo alla nuova situazione.
Ecco perché parlare semplicemente di carico cognitivo, attività decisionali o velocità di pensiero rischia di essere fuorviante se questi concetti vengono interpretati secondo un modello lineare del tipo percepisco-decido-eseguo.
Nel calcio d’élite non prevale chi “pensa più velocemente”, ma chi ha sviluppato sistemi percettivo-predittivi più efficienti, sa cogliere rapidamente le opportunità offerte dall’ambiente e riesce a riorientare l’azione quando la situazione evolve.
La vera domanda, quindi, non è quanto velocemente un giocatore pensi, ma quanto efficacemente l’intero organismo – cervello, corpo e ambiente come un unico sistema – riesca ad anticipare, adattarsi e ridefinire continuamente l’azione.
Forse è proprio qui che si trova il vero cambio di paradigma.
Il problema non è continuare a parlare di “velocità di pensiero”, ma comprendere che nel calcio il cervello non lavora mai da solo. L’azione emerge dall’interazione continua tra sistema nervoso, corpo, ambiente, compagni, avversari e obiettivi di gioco. La decisione non è un comando impartito da una mente isolata, ma un processo dinamico che prende forma nell’azione stessa.
Le neuroscienze contemporanee non smentiscono Benjamin Libet: ne ridefiniscono il significato, collocandolo nel corretto contesto storico e sperimentale. I suoi esperimenti hanno rappresentato una tappa fondamentale nello studio del rapporto tra attività cerebrale e coscienza, ma non possono essere utilizzati per spiegare direttamente il comportamento nei giochi sportivi di invasione.
È questa la vera rivoluzione proposta dalle neuroscienze moderne e dalla teoria ecologica: il calciatore non è un cervello che controlla un corpo, ma un organismo che, immerso nell’ambiente di gioco, percepisce, anticipa, si adatta e agisce. E probabilmente è da questa consapevolezza che dovrebbero ripartire anche le metodologie di allenamento.È proprio qui che emerge un’altra precisazione importante. Così come appare riduttivo parlare di “giocatore pensante”, è altrettanto riduttivo descrivere il calciatore come un “giocatore scegliente”.
Parlare di scelta presuppone infatti che esistano diverse alternative già rappresentate nella mente e che il cervello le confronti per selezionare la migliore. Ma ciò che accade nel gioco è spesso molto diverso.
L’azione non nasce, nella maggior parte delle situazioni, da una deliberazione cosciente tra opzioni predefinite. Essa emerge dall’interazione continua tra percezione, intenzionalità, corpo e ambiente. Il giocatore non “sceglie” semplicemente una soluzione: la scopre mentre agisce, adattando continuamente il proprio comportamento alle opportunità offerte dal contesto.
Per questo motivo, concetti come giocatore pensante e giocatore scegliente descrivono solo una parte del fenomeno e rischiano di alimentare una rappresentazione eccessivamente cognitivista del comportamento sportivo. Una descrizione più coerente con le neuroscienze contemporanee è quella di un giocatore enattivo, capace di percepire, anticipare, riorientare e co-costruire l’azione in relazione all’ambiente.
Mr. Uefa Pro
Concordo pienamente. Complimenti per l’analisi eseguita. Resta il dilemma su come ricreare le sessioni di allenamento nel breve, medio e lungo termine per sviluppare al meglio quanto esposto.
Personalmente sono dell’idea che debbano essere incentrati sulle sfide, sui tentativi basati sulla libertà di esplorare alternative, sbagliando e imparando, sviluppando la creatività e fantasia il più possibile.
Inoltre vorrei alternare e/o implementare sessioni di tecnica sempre incentrata sulla sfida (basilare e avanzata, sul singolo e sul gruppo). Ma soprattutto, vorrei tanto trovare un modo per far capire ai giocatori che il ruolo fine a se stesso non ha mai avuto importanza e non gli si deve dar importanza, ma non è così semplice.
Caro Carlo,intanto grazie per le tue riflessoni.
Circa le tue considerazioni, ti posto un articolo di qualche tempo fa pubblicato sul mio profilo
Attenzione direzionata e apprendimento intervallato: il fondamento neuroscientifico dell’allenamento capovolto nella Giocologia
Uno dei principi fondamentali della Giocologia è che il giocatore apprende giocando.
Non attraverso una successione di esercizi analitici seguiti dal gioco, ma immerso nel gioco stesso, vissuto in modo ricorsivo e intervallato da momenti di recupero cognitivo.
Questo è il significato dell’allenamento capovolto: il gioco rappresenta il punto di partenza, il luogo dell’apprendimento e il punto di ritorno continuo.
L’intera seduta si sviluppa in tre momenti di gioco, separati da tre interventi analitici situati, che consentono al cervello di recuperare le proprie risorse attentive senza interrompere il processo di apprendimento motorio.
Non si tratta di semplici pause, ma di una precisa scelta metodologica che trova oggi solide conferme nelle neuroscienze.
L’attenzione direzionata: una risorsa limitata
Per giocare bene non basta possedere abilità tecniche.
Occorre osservare, interpretare ciò che accade, anticipare gli eventi, prendere decisioni, adattarsi continuamente alle azioni degli avversari e dei compagni.
Tutte queste operazioni dipendono dall’attenzione direzionata, cioè dalla capacità del cervello di concentrare volontariamente le proprie risorse su un obiettivo, ignorando gli stimoli irrilevanti.
Questa funzione coinvolge prevalentemente la corteccia prefrontale, sede delle funzioni esecutive, del controllo cognitivo e della pianificazione.
Come qualsiasi altra risorsa biologica, anche l’attenzione direzionata si affatica.
Quando il lavoro cognitivo si prolunga senza adeguati momenti di recupero iniziano a comparire segnali ben riconoscibili:
– diminuisce la qualità delle decisioni;
– aumentano gli errori tecnici;
– cala la concentrazione;
– diminuisce la capacità di apprendere;
– il giocatore tende a ripetere gli stessi errori senza riuscire a modificarli.
In queste condizioni proseguire semplicemente con altro gioco o con ulteriori esercitazioni non migliora l’apprendimento: aumenta soltanto la fatica mentale.
Cosa ci insegnano le neuroscienze
Le ricerche sul funzionamento del cervello mostrano che il recupero dell’attenzione direzionata avviene in modo più efficace attraverso brevi intervalli di basso impegno cognitivo.
I dati disponibili indicano come ottimale una pausa di circa 5-10 minuti ogni 50-60 minuti di attività cognitiva intensa.
Ma esiste un aspetto ancora più importante.
Non è la durata della pausa a fare la differenza, bensì la sua qualità.
Se durante lo stacco il cervello continua ad analizzare informazioni, ricevere istruzioni o affrontare nuovi problemi, il recupero è minimo.
Se invece l’attività richiede un coinvolgimento cognitivo ridotto, il sistema attentivo si rigenera e torna rapidamente efficiente.
È proprio su questo principio che si fonda l’organizzazione dell’allenamento capovolto.
La ricorsività del gioco: il cuore della Giocologia
Nella Giocologia il gioco non compare soltanto alla fine dell’allenamento per verificare ciò che è stato appreso.
Il gioco è l’ambiente nel quale l’apprendimento nasce, si sviluppa e si consolida.
Per questo motivo viene riproposto ricorsivamente durante tutta la seduta.
La struttura dell’allenamento è semplice ma profondamente coerente con il funzionamento del cervello:
– Primo momento di gioco: il giocatore esplora, osserva, decide e costruisce nuove esperienze.
– Primo intervento analitico situato: ci si prende cura delle criticità emerse nel gioco attraverso un lavoro tecnico a basso carico cognitivo.
– Secondo momento di gioco: il giocatore rientra nel gioco con maggiore lucidità, rielabora l’esperienza precedente e continua il proprio percorso di apprendimento.
– Secondo intervento analitico situato: si affrontano le nuove criticità emerse, mantenendo il recupero dell’attenzione direzionata.
– Terzo momento di gioco: il processo ricorsivo consente di consolidare gli apprendimenti e migliorare la qualità delle decisioni.
– Terzo intervento analitico situato: si consolidano gli apprendimenti tecnici emersi durante l’intera seduta, accompagnando il recupero cognitivo finale.
Questa ricorsività rappresenta il cuore metodologico della Giocologia.
Ogni ritorno al gioco non è una semplice ripetizione, ma una nuova occasione di apprendimento costruita sull’esperienza appena vissuta e sul recupero delle risorse attentive.
Gli interventi analitici situati: recuperare prendendosi cura delle criticità del gioco
Gli interventi analitici situati non sono pause passive e neppure esercitazioni analitiche programmate prima dell’allenamento.
Essi rappresentano uno degli elementi più originali dell’allenamento capovolto.
Ogni intervento nasce esclusivamente dall’osservazione del gioco appena concluso. È il gioco a rendere visibili le criticità; è l’intervento analitico a prendersene cura.
L’analiticità, quindi, non precede il gioco ma ne consegue.
L’allenatore osserva ciò che il gioco produce, individua i bisogni di apprendimento e costruisce un breve intervento tecnico mirato, semplice e privo di elevato carico cognitivo.
Durante questi momenti il giocatore non è chiamato a leggere situazioni complesse, scegliere tra molte alternative o risolvere problemi tattici.
L’attenzione è concentrata esclusivamente sul perfezionamento di quel comportamento tecnico che il gioco ha evidenziato come critico.
L’intervento analitico situato svolge così una duplice funzione.
Da un lato permette al cervello di rigenerare l’attenzione direzionata, riducendo il carico cognitivo.
Dall’altro offre una risposta immediata ai problemi emersi nel gioco, trasformando ogni errore in un’opportunità di apprendimento.
Il primo intervento analitico si concentra sulle criticità osservate nel primo ciclo di gioco.
Il secondo viene ridefinito sulla base delle nuove informazioni prodotte dal secondo ciclo, verificando ciò che è migliorato e ciò che richiede ancora attenzione.
Il terzo assume prevalentemente una funzione di consolidamento, stabilizzando gli apprendimenti costruiti durante l’intera seduta.
In questa prospettiva l’analiticità non è mai separata dal gioco.
È il gioco che genera l’analisi e l’analisi prepara immediatamente il successivo ritorno al gioco.
Questa continua circolarità costituisce uno dei principi metodologici più caratterizzanti della Giocologia.
Perché questa organizzazione rende più efficace l’apprendimento
Alternando momenti di gioco ad alta richiesta cognitiva con interventi analitici situati a basso carico cognitivo, il cervello recupera progressivamente l’attenzione direzionata senza interrompere il coinvolgimento motorio.
Ogni successivo ritorno al gioco avviene con maggiori risorse attentive.
Di conseguenza migliorano:
– la qualità delle decisioni;
– la capacità di osservazione;
– la velocità di adattamento;
– il consolidamento degli apprendimenti;
– la qualità della prestazione.
Non si tratta quindi di inserire pause all’interno dell’allenamento.
Si tratta di progettare un dispositivo metodologico che rispetti il funzionamento biologico del cervello e utilizzi il gioco come motore permanente dell’apprendimento.
La pertinenza del dispositivo nella prima formazione
Se questo dispositivo metodologico è efficace con atleti esperti, la sua rilevanza diventa ancora maggiore nella prima formazione, dove il cervello è impegnato a costruire le architetture fondamentali dell’apprendimento motorio e dell’intelligenza di gioco.
In età evolutiva il bambino non apprende attraverso la semplice ripetizione di esercizi o l’accumulo di gesti tecnici.
Apprende costruendo significati all’interno del gioco, interpretando situazioni, esplorando soluzioni, prendendo decisioni e adattando continuamente il proprio comportamento alle richieste dell’ambiente.
Ogni situazione di gioco rappresenta un’esperienza cognitiva complessa.
Per questo motivo l’attenzione direzionata del giovane giocatore si affatica rapidamente.
Quando il carico cognitivo supera la sua capacità di elaborazione, diminuiscono la qualità delle decisioni, la precisione tecnica, la capacità di osservazione e la disponibilità ad apprendere.
L’errore che spesso si commette nella prima formazione consiste nell’aumentare il numero delle esercitazioni o nel prolungare il tempo di lavoro, interpretando la quantità come garanzia di apprendimento.
Le neuroscienze suggeriscono invece una prospettiva diversa: il cervello del bambino apprende meglio quando l’impegno cognitivo viene alternato a momenti di recupero dell’attenzione.
L’alternanza ricorsiva tra gioco e interventi analitici situati permette al giovane giocatore di recuperare le risorse attentive senza interrompere il processo di apprendimento.
Ogni ritorno al gioco rappresenta una nuova opportunità di rielaborazione dell’esperienza, resa possibile da un cervello nuovamente disponibile a osservare, decidere e comprendere.
Gli interventi analitici assumono così una funzione che va ben oltre il recupero.
Essi costituiscono un autentico dispositivo cognitivo, progettato per rigenerare l’attenzione direzionata e, nello stesso tempo, per prendersi cura delle criticità emerse dal gioco.
Da questa prospettiva emerge uno dei principi fondamentali della Giocologia: non è il tempo trascorso ad allenarsi a determinare la qualità dell’apprendimento, ma il modo in cui quel tempo viene organizzato.
Tre cicli ricorsivi di gioco, intervallati da tre interventi analitici situati, rispettano i ritmi biologici dell’attenzione e consentono al giocatore di mantenere elevata la qualità delle proprie decisioni durante l’intera seduta.
RIASSUNTO
L’allenamento capovolto della Giocologia propone una visione profondamente diversa dell’apprendimento sportivo.
Il gioco non rappresenta il momento conclusivo dell’allenamento, ma il suo motore.
La seduta si sviluppa attraverso tre cicli ricorsivi di gioco, intervallati da tre interventi analitici situati che, contemporaneamente, rigenerano l’attenzione direzionata e si prendono cura delle criticità emerse dall’esperienza di gioco.
Le neuroscienze confermano oggi ciò che la Giocologia assume come principio metodologico: il cervello non apprende in modo ottimale quando viene sottoposto a uno sforzo cognitivo continuo, ma quando alterna fasi di elevata complessità decisionale a momenti di recupero attentivo.
La vera innovazione dell’allenamento capovolto risiede proprio in questa integrazione.
Gli interventi analitici non interrompono il gioco, non lo sostituiscono e non lo anticipano.
Nascono dal gioco, rispondono ai bisogni che il gioco rende visibili e preparano il successivo ritorno al gioco.
In questo modo il recupero cognitivo e la cura delle criticità coincidono all’interno di un unico dispositivo metodologico.
Principio di pertinenza situata
Ogni intervento analitico è pertinente solo se nasce dalle criticità emerse nel gioco e se prepara il giocatore al successivo ritorno nel gioco stesso.
Primo postulato della ricorsività dell’apprendimento
Ogni ritorno al gioco produce un apprendimento qualitativamente superiore quando è preceduto da un intervento analitico situato a basso carico cognitivo, capace di rigenerare l’attenzione direzionata.
La ricorsività non consiste nel ripetere il gioco, ma nel rientrare nel gioco con un cervello più disponibile ad apprendere.
È probabilmente in questo principio che si riconosce l’identità più profonda della Giocologia: non organizzare esercizi per arrivare al gioco, ma organizzare il gioco affinché sia il gioco stesso, attraverso la sua ricorsività e gli interventi analitici situati, a costruire l’apprendimento.